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Da Vodafone a Wind, quanto rende il telefono
TechNews - Operatori

telefoninoLo studio dell'Istituto Leoni mostra che il mercato dei cellulari è redditizio. Ma gli investitori esteri non sempre ci guadagnano. Sta partendo un secondo giro di consolidamento nelle telecomunicazioni, già protagoniste di una grande stagione di merger and acquisitions ?

E quali sono le lezioni per l'Italia? In effetti, è ripresa la trama fra Bharti, primo operatore mobile indiano, e la sudafricana Mtn, che arriva fino al Medio Oriente.

India-Sudafrica.

Se si superano i contrasti su chi comanderà, Bharti-Mtn sarà il quarto operatore mondialeov-00 per clienti (200 milioni), un nuovo peso massimo della Borsa (43 miliardi di euro di capitalizzazione) e un'impresa discreta quanto a ricavi (14 miliardi di euro).

Tre le lezioni principali:

  • a) i paesi emergenti non sono più solo terra di conquista ma si arrangiano fra loro;
  • b) la Borsa anticipa la loro crescita:
    il nuovo raggruppamento avrebbe valore d'impresa (capitalizzazione più debito, scarsissimo) pari a 3,3 volte il fatturato contro le 2,3 di Vodafone e le 1,6 volte di Telecom Italia;
  • c) mentre prima del 2000, Tele com aveva una vasta rete di partecipazioni estere (tra cui il 20% di Bharti Tele Ventures) oggi dipende per il 90% dal mercato domestico e questo la penalizza. L'altra fusione, di cui si parla, è quella tra Telefonica e Telecom Italia. Un'operazione non priva di ragioni contabili e industriali ma assai difficile da digerire perché il comando sarebbe spagnolo, e dunque smentita in Italia.

Questi progetti riaprono la querelle sugli investimenti esteri: se siano utili sempre o se solo in certi casi. Nel primo rapporto sulla telefonia mobile in Italia, l'Istituto Bruno Leoni porta le ragioni dell'apertura ai capitali esteri.

 

Le ragioni degli stranieri

ovCome mostra il grafico, negli ultimi 10 anni i prezzi sono scesi da noi più che altrove in Europa. Eppure, la telefonia mobile tricolore resta la più profittevole. Andrea Giuricin e Massi miliano Trovato, i due autori, collegano il fenomeno al grado di concorrenza in Italia: inferio re a Stati Uniti e Regno Unito, ma pari a Germania, Canada e Polonia e superiore a Francia, Spagna, Olanda, Svezia e Giappone. Un grado buono, ma, secondo Deutsche Bank, destinato a migliorare a opera dei nuovi operatori virtuali.

La concorrenza aumenta i posti di lavoro. In un settore che in Europa ha perso 95 mila posti in 10 anni, il Regno Unito ne guadagna 18 mila e l'Italia 8 mila. Il rapporto esalta il livello di investimenti delle telecomunicazioni. Paragona quanto Vodafone investe all'anno in Italia (700 milioni) a quanto fa fuori dalla Germania la Bmw (475 milioni). Vodafone è un in vestitore estero. Di qui l'auspicio di un'apertura anche per Telecom.
In realtà, il bilancio degli in vestitori esteri appare meno univoco. Un conto è quanto si paga per controllare le imprese, un altro quanto si investe nell'impresa medesima. Vodafone Italia è stata avviata, com Omnitel, con l'apporto di un capitale di rischio di 700 milioni di euro da soci prevalentemente italiani e in 13 anni ha fatto investimenti per 12 miliardi, pagato tasse, imposte e licenze per altri 12, oltre ad aver generato Iva per 7 miliardi. Un'attività che è stata finanziata prima con il credito e poi con l'autofinanziamento. Vodafone che ha trovato il 70% di Omnitel nella pancia della tedesca Mannesmann a un costo attualizzato di 10 miliardi (secondo Giuricin e Trovato), ha preso la gran parte dei 17 miliardi di dividendi erogati nel tempo e ora si aggiunge royalties sul marchio. Il mercato italiano ha dunque dato molto di più di quanto ha ricevuto da fuori. Ma quel poco (1,3 miliardi di euro da parte di Mannesmann nella Olivetti che controllava Omnitel) è stato essenziale per la sopravvivenza perché il capitalismo nostrano non aveva capito quale gallina dalle uova d'oro aveva sotto mano.

 

ov-2

 

I casi nazionali

Diversi sono i casi di Wind, Fastweb e 3 Italia. Avviata da Enel, Deutsche Telekom e France Telecom, Wind è stata ceduta con una perdita di 5 miliardi all'egiziana Orascom. Ora va bene. Ma rispetto al valore d'acquisto (capitale più debiti), at
tualizzato in 13,5 miliardi nel rapporto, siamo ancora sui 9 miliardi, ai multipli di mercato. Analogo discorso per Swisscom, che ha comprato Fa stweb, azienda di telefonia fissa su banda larga all'inizio e poi in unbundling con la rete Telecom, valutandola 4,4 miliardi (secondo il rapporto) e ora si ritrova con un valore d'impresa attorno a 3 miliardi.Insistendo, Orascom e Swisscom potranno forse avere soddisfazioni. E' certo, però, che le imprese non hanno ricevuto un euro come aumento di capitale. Caso a parte 3 Italia, quarto operatore mobile di proprietà della cinese Hutchinson Wampoa. Il bilancio 2008 non è ancora disponibile, ma già nel 2007 3 Italia aveva un patrimonio netto negativo per mezzo miliardo, dopo aver riportato a nuovo perdite per 7. Li Ka Sheng ha investito davvero: 5,3 miliardi tra licenza UMTS e nuovi impianti. Ma il mercato italia no non regge un quarto operatore. E così da tempo 3 è vendita. Più che ad allargare la base produttiva, dunque, l'estero è servito a tenere in vita imprese abbandonate dagli italiani. Che restano arroccati in Telecom. Se l'ex monopolio volesse crescere nei nuovi mercati, dovrebbe ricomprare a caro prezzo quello che già aveva. Una beffa. In ogni caso manca dei mezzi. E fare fusioni comporterebbe la diluizione dei soci di controllo. Telefonica è là che aspetta. Ma è dubbio che, anche sotto l'egida spagnola, un mercato maturo come l'Italia diventi qualcosa di diverso da un limone da spremere.

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